Idee, pensieri e riflessioni

Articoli con tag “economia

Soccernomics: quando il Pil finisce nel pallone

Soccernomics – La vittoria di un mondiale di calcio può influenzare la crescita del Pil? Per alcuni analisti economici, statistiche alla mano, sì. Di certo, la prematura eliminazione della Nazionale di Lippi ha prodotto un danno economico, già stimato in 140mln di euro.

Può la vittoria di un mondiale di calcio avere ripercussioni sulla crescita economica di un paese? Non vi sembri una domanda peregrina poiché, già da qualche anno, diversi analisti economici, in virtù delle rilevazioni statistiche e di altre variabili che ruotano, sostanzialmente, intorno al grado di fiducia dei consumatori e delle industrie e il cosiddetto “investor sentiment”, ritengono che questo effetto positivo, effettivamente ci sia. Il Financial Times lo ha addirittura quantizzato, sostenendo che la vittoria della nazionale di un Paese ad un mondiale porta una crescita aggiuntiva della sua economia dello 0,7% rispetto al risultato dell’anno precedente, oltre ad una crescita degli indici di borsa. Questa nuova branca economica è stata battezzata “Soccernomics” dalla fusione, appunto, dei termini “soccer” (calcio) ed “economics” (economia).

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Un’Europa e un’Italia sempre più povere

Editoriale su Giornalettismo – Ieri, diverse agenzie di stampa hanno steso il seguente lancio: “Pil pro-capite, Italia poco sopra la media europea”. Una notizia apparentemente positiva che, in un certo senso, sembra dare ragione allo stesso Silvio Berlusconi quando recentemente ha sostenuto che saremmo addirittura “il paese più ricco d’Europa”. Sic! Peccato che la media europea e lo stesso valore raggiunto dal nostro Pil per abitante, sia invece notevolmente più basso rispetto a quello conquistato appena pochi anni fa. Il dato, purtroppo, è falsato dai bassi livelli di reddito acquisito dai cittadini dei nuovi paesi membri dell’Europa allargata. Paesi come la Slovenia e la Polonia, come pure lo stesso Portogallo che, peraltro, sta attraversando la recessione più pesante degli ultimi quarant’anni. Da questa classifica – da qui la sua parzialità – infatti, risulta che pure la tanto denigrata Grecia ottiene una performance simile a quella raggiunta dal nostro paese, piazzandosi anche’essa sopra l’asticella della media europea.

Per questo, in tutta sincerità, non ce la sentiamo di accodarci alla fanfara impettita ieri suonata dai vari Capezzone e Bonaiuti e riverberata – manco a dirlo – in modo entusiasta dal Tg1. Sarebbe un po’ come esaltarsi per il titolo di “nano più alto del mondo”. Non fosse altro, perché nel 2009 il Pil pro capite italiano è sceso al livello di quello raggiunto 1999. Un balzo all’indietro di ben dieci anni che rappresenta, in termini reali, il vero livello d’impoverimento del nostro “sistema paese”.

In realtà, questa classifica dice un paio di cose ben più importanti. La prima è che “l’Europa unita” è un continente che non cresce, un continente dove il reddito medio di ogni suo abitante è in diminuzione, oppure laddove cresce, aumenta in modo quasi impercettibile. Un continente – e questo lo spiegano proprio le speculazioni di borsa di questi mesi – che gioca in difesa dei suoi grandi debiti sovrani e dei suoi deficit pubblici, anziché puntare decisamente su importanti politiche di “stimolo”, volte a creare crescita economica e quindi buona occupazione e benessere. La seconda, in verità, è una conseguenza della prima e ci riguarda molto da vicino. L’Italia, infatti, è un buon esempio di questo modello, diciamo così, fondato sulla paura, anziché sul coraggio.

L’ultima manovra “correttiva”, a detta dei suoi stessi ideatori, ha un obiettivo dichiarato. Ridurre il rapporto Deficit/Pil, che oggi staziona intorno al 5%. Due punti in più di quelle “Colonne d’Ercole” rappresentate dal 3% previsto nel famoso Trattato di Maastrict. Per ridurre questo rapporto esistono solo due vie. Ridurre il numeratore (il deficit) con il taglio della Spesa pubblica e degli sprechi, oppure aumentare il denominatore (il Pil), ossia realizzare le condizioni necessarie per avviare la crescita economica del Paese. La prima via, per quanto ardua e tortuosa, è considerata da sempre quella più semplice e praticabile. Almeno a parole, è facile mettere mano alla forbice  promettendo tagli a destra e a manca. La seconda, invece, è quella più difficile da perseguire. Richiede idee chiare, costanza e precise strategie e – va detto – anche più tempo per giungere a compimento.

In realtà, siccome i governi – compresa “l’Invincibile armata” berlusconiana – guardano più all’oggi che al domani e, soprattutto, si reggono sul consenso anche mediatico dei cittadini, i tagli alla Spesa – specie a quella improduttiva – risultano sempre molto parziali ed incompleti. Un’innaffiata di mance e di prebende dispensate come un buon vino, infine lenirà, almeno alle solite cricche e clientele, gli effetti più indigesti. I risultati sperati – ed annunciati – in termini di risanamento e riequilibrio dei Conti pubblici, tuttavia, risulteranno sempre assai inferiori rispetto alle attese e alle promesse (anche quelle fatte in sede europea). Sarà così anche questa volta. Potete scommetterci.

[Editoriale pubblicato su: Giornalettismo]


Se l’Africa rinasce intorno ad un pallone

Soweto stars – Oggi, partono i mondiali di calcio in Sudafrica. Al di là dei luoghi comuni abbiamo scoperto un continente vivo che, dati economici alla mano, grazie alle sue immense risorse naturali ed umane comincia a dare importanti segni di ripresa.

Sull’Indipendet Paul Vallely, in occasione dell’avvio dei mondiali di calcio in Sudafrica, ha tracciato un quadro assai lontano – e perciò edificante – dagli stereotipi classici sul continente africano. Un continente vivo. Certo, con enormi problemi ma anche con una gran voglia di riscatto e di speranza. Quella stessa speranza che nell’opulento Occidente comincia invece a mancare.

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Debito pubblico: la lente dei mercati sull’Italia

Debito pubblico – L’ultima massiccia emissioni di bond del Tesoro non è servita a ridurre lo “spread” dei nostri titoli ma ha fatto invece crescere i dubbi sullo stato delle nostre Finanze pubbliche. “L’Italia non è gli Stati Uniti”, dicono.

“L’idiozia in Europa non conosce limiti”. E’ stato il tagliente commento di Tyler Durden, commentatore del sito finanziario zerohedge.com sulla recente immissione di bond italiani da parte del Tesoro. “Proprio quando il rapporto Euro su Dollaro stava per stabilizzarsi – scrive Durden – l’Italia ha annunciato che, a seguito della crisi finanziaria greca, avrebbe aumentato la sua emissioni obbligazionarie a 240-250 miliardi”.

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L’Italia, “una Repubblica fondata sul lavoro” che non c’è

Frecce tricolori – Ecco il quadretto a tinte fosche del nostro paese che Alexander Chancellor, corrispondente del quotidiano inglese The Guardian, ha tracciato in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno.

“Per ragioni che non ho mai capito, un articolo della Costituzione italiana (il Primo, nda) recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Qual è il principio su cui fondare una repubblica? La Libertà? L’Uguaglianza? La Giustizia? Può darsi. Ma il lavoro? Il lavoro è qualcosa che solo le persone fanno, per di più con vari gradi di entusiasmo, ma non è certamente un ideale per una società da perseguire”. Così, l’incipit un po’ altezzoso e ovviamente molto “british” dell’articolo scritto dal corrispondente del Guardian (giornale inglese dal taglio progressista) in occasione della nostra festa della Repubblica. L’occhiello dell’articolo, se possibile, è stato ancora più esplicativo. “L’Italia ha celebrato la Festa della Repubblica, una nazione fondata sul lavoro. Peccato che tanti dei suoi cittadini non ne hanno alcuno”. Un contraddizione evidente, che stride con il principio cardine della nostra Costituzione specie se consideriamo, come evidenzia mettendo il coltello nella piaga lo stesso Alexander Chancellor, che “un terzo dei giovani italiani sono senza lavoro, nello stato di disoccupazione”.

“In ogni caso – prosegue beffardamente l’articolo del Guardian – è stato molto significativo vedere la festa nazionale che celebra la nascita di questa repubblica fondata sul lavoro, coincidere proprio questa settimana con i dati che segnalano come in Italia la disoccupazione sia salita al livello più alto dell’ultimo decennio e che quasi un terzo dei giovani oggi non hanno alcun lavoro (a fronte di circa il 18% in Gran Bretagna)”. Un dato che, per la verità, ha fatto molto più rumore all’estero che nel nostro paese, dove è passato nel sostanziale disinteresse di molti media e di gran parte della politica. Chancellor, ha poi ricordato l’esito del referendum del 1946 che ha abolito la monarchia, onde poi rilevare con sorpresa e fastidio che quando mercoledì ha provato a fare la spesa in Toscana ha trovato tutto chiuso. Due mondi – l’Italia e l’Inghilterra – come si vede, a parte.

“La Festa del 2 giugno è segnata ogni anno da una grande parata militare a Roma che comprende un passaggio di jet militari che lasciano nel cielo della città eterna tracce di rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana”. Festa ridimensionata come ha messo in evidenza lo stesso quotidiano inglese. “Quest’anno, a causa dello stato triste dell’economica del paese, il corteo è stato in tono minore rispetto al solito, e un quotidiano ha pubblicato una vignetta in prima pagina con una marcia di “truppe dei disoccupati”, il titolo era appunto: “Festa della Repubblica fondata sul lavoro”. Fatto, evidentemente, che la dice lunga secondo l’autore dell’articolo, sullo stato di apatia che serpeggia per il paese. “Per risparmiare, – scrive il Guardian – il corteo è stato più breve del solito, non c’erano i carri armati o altri veicoli cingolati, che hanno così risparmiato al Colosseo quelle vibrazioni che ne hanno minacciato in passato la sua stabilità”.

Nel parterre, ovviamente, c’erano Silvio Berlusconi segnalato “spesso al suo cellulare”, e l’ottantacinquenne “presidente della Repubblica, l’ex comunista Giorgio Napolitano”. A questo punto, Chancellor chiosa con un ardito parallelo tra Napolitano e il neopremier inglese Cameron. “Il suo messaggio – quello di Napolitano – nel Repubblica Day è stato un invito “cameronesco” all’unità nazionale per affrontare la crisi economica e per ripartire equamente i sacrifici, risparmiando i più deboli ed i più vulnerabili. Il presidente italiano – aggiunge il corrispondente del Guardian che considera demagogici però i recenti slanci austeri di Cameron – vorrei aggiungere, è andato persino oltre Cameron in un esempio di rara austerità, permettendo alla settantacinquenne moglie, Clio di viaggiare senza scorta in giro per Roma sugli affollati mezzi pubblici”. Molto pittoresco, of course.


CDS Italiani ai massimi, cresce la sfiducia dei mercati

Indici borsa – Neanche il tempo di pubblicarla in Gazzetta ufficiale che la manovra correttiva varata dal governo viene bocciata dagli investitori, in particolare quelli esteri. Per molti operatori il piano approvato dal governo per il rientro dal deficit “non appare credibile”.

Per i trader e gli investitori il mercato dei Credit Default Swap, i cosiddetti CDS rappresentano da sempre la vera cartina di tornasole dello stato di salute “finanziario” di un paese, poiché permette di valutare in modo oggettivo quanto sia a rischio la situazione di chi, appunto, ha emesso titoli. Agli occhi dei mercati, quindi, la recente manovra correttiva dei nostri Conti pubblici varata dal governo, non appare credibile. Molti osservatori reputano, con ogni probabilità, necessaria un’ulteriore manovra d’aggiustamento, forse già in autunno. Staremo a vedere.

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2011: ci aspetta una nuova recessione dell’economia mondiale?

soldi – Mentre le grandi economie mondiali stanno dando i primi segnali di ripresa, diversi esperti ed analisti già avvertono che l’anno prossimo potrebbe giungere una nuova grande crisi economica globale.

L’economia mondiale potrebbe cadere in una nuova grande depressione nel 2011? Nonostante i segni di ripresa dalla recessione si stiano consolidando nei vari paesi, diversi analisti economici ed autorità governative di tutto il mondo sostengono che nuovi ed inquietanti segnali d’allarme sono all’orizzonte e che bisogna prestare loro molta attenzione. I due pericoli principali sono, manco a dirlo, ancora una volta i debiti e la paura, che come sappiamo oggi abbondano nel mondo finanziario.

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Berlusconi chiude l’Isae, ora varranno solo i suoi sondaggi?

Isae – L’Istituto di Studi e Analisi Economica è stato considerato dal governo un “Ente inutile”. Il suo personale verrà assorbito nella PA, senza produrre alcun risparmio di spesa. Si è voluto invece sopprime una voce indipendente, mascherando con la scusa della razionalizzazione una discutibile decisione politica.

L’ISAE – almeno fino a quando non verrà definitivamente varata dal Parlamento la manovra economica di correzione dei Conti pubblici, così come licenziata dal governo Berlusconi – è un ente pubblico di ricerca che svolge analisi e studi a supporto delle decisioni di politica economica e sociale del Governo, del Parlamento e delle Pubbliche Amministrazioni. E’ soprattutto una voce indipendente che ha rappresentato in tutti questi anni in forma analitica e rigorosa i dati e gli andamenti del nostro sistema economico. Una voce che viene zittita per decreto legge proprio durante una fase di difficile congiuntura economica, ossia proprio quando le voci indipendenti risultano fondamentali per capire – e far capire, anche una sonnacchiosa opinione pubblica come la nostra – come davvero stanno le cose.

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Il condono è servito, ma servirà?

Condono edilizio – La chiamano “regolarizzazione catastale degli immobili mai dichiarati” ma rischia di diventare un condono più o meno mascherato. Vediamo di cosa si tratta e quanto potrà contribuire a “mettere in sicurezza i Conti pubblici”, come oggi sostiene il Governo.

Avevano detto che la crisi “era alle spalle”, che ne “siamo usciti prima e meglio degli altri”, che non c’era “alcuna necessità di una manovra correttiva” e che – e lo dicono ancora oggi – “avevano messo a sicuro i Conti pubblici”. La manovra varata dal governo tra urla, minacce di dimissioni di questo o quel ministro e i loro numerosi mugugni poiché dovranno “tagliare” fette del loro budget smentisce tutto questo ottimismo di facciata. Adesso li chiamano “tagli degli sprechi”. Chissà perché questi sprechi a nessuno è mai venuto in mente di tagliarli prima? Eppure, questo governo è in carica già da due anni. Biennio in cui tutti (ma proprio tutti) i fondamentali macroeconomici del nostro paese sono peggiorati. Meno Pil, più Debito pubblico, più Deficit, più Spesa pubblica improduttiva, meno Entrate fiscali, meno Avanzo primario, meno Reddito pro-capite, più Disoccupazione e meno Occupazione e dulcis in fundo più Pressione fiscale, con buona pace di chi ancora dice di non aver messo le mani nelle tasche degli Italiani. Dopo lo “scudo”, ossia il condono fiscale che ha favorito i grandi evasori che hanno portato illegalmente capitali all’estero, adesso si prepara la “sanatoria” per quelli che i propri “beni” non potevano proprio esportarli “fisicamente”: gli immobili.

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Il Financial Times diffida dell’austerity all’italiana

Financial Times – Mentre il governo s’appresta a varare una manovra correttiva fatta di tagli e sacrifici, il quotidiano economico della City sospetta che dietro la brusca svolta “rigorista” di Tremonti ci siano problemi ben più seri nei nostri Conti pubblici. Gli speculatori mirano al default delle nostre Regioni?

Austerity all’italiana, così il Finacial Times titola un suo sarcastico articolo sull’improvvisa svolta “rigorista” che dovrebbe materializzarsi ad horas nella manovra correttiva che il governo di Silvio Berlusconi s’appresta a licenziare. Per il popolare quotidiano della City londinese, tuttavia, questa repentina conversione al “rigore e all’austerità” appare quantomeno sospetta. Certo, nello scenario europeo di oggi, non siamo i soli a dover “svoltare”. Infatti, anche altri governi europei annunciano drastici tagli e maggior rigore e controllo delle loro finanze. In Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, per esempio, si annunciano importanti manovre economiche di entità uguale se non maggiore alla nostra. Sono manovre correttive, tuttavia, giustificate dai pesanti esborsi che quei governi hanno dovuto sostenere per impedire possibili fallimenti nei loro rispettivi sistemi bancari, questi ultimi molto più esposti del nostro ai nuovi strumenti della cosiddetta “finanza creativa”. In Italia, invece, nessuna banca è fallita. L’unico provvedimento predisposto dal governo è stato l’istituzione dei cosiddetti “Tremonti bond” che, peraltro, quasi nessuna banca ha poi sottoscritto.

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